Cosa si nasconde dietro la resistenza di Al Gore nello scendere in campo per l’elezione della Presidenza USA? Scartando inesistenti problemi economici, ci sembra paradossale che il portatore di un messaggio forte che gli è valso il Nobel, non pensi di poter incidere in maniera determinante sedendo sulla poltrona di colui che molti ritengono “l’uomo più potente del mondo”. Eppure potrebbe essere così. Non gli difetta certamente l’esperienza politica, la comprensione dei meccanismi più fini della politica e dell’amministrazione americana dato che per 8 anni è stato il Vicepresidente USA. Anche se il giudizio di diversi commentatori sulla sua esperienza accanto a Bill Clinton, non è particolarmente positivo per i risultati ambientali. Fatto peraltro riconosciuto dallo stesso Gore, che ebbe a dichiarare “tremende resistenze” da parte dei settori petrolifero, automobilistico, elettrico e del carbone americano che annichilirono i tentativi del duo presidenziale. “Il trattato di Kyoto” – ebbe a dire – “fu ostacolato dalle pressioni dei soggetti inquinatori”. Tutto ciò pone però un problema squisitamente politico: che senso ha impegnarsi nelle istituzioni, nelle amministrazioni se chi ne ha possibilità ritiene non siano la vera leva di cambiamento? La risposta è chiaramente più complessa. Lo stesso Gore non ha rinunciato alla battaglia ambientale. E la semplice voglia di apparire, di essere protagonista non può spiegare il suo impegno. Sembra invece indirizzato a spendere la popolarità acquisita anche precedentemente al Nobel, per fare in modo che l’attività amministrativa abbia effettivamente uno sbocco possibile. Il problema cioè è creare un terreno di confronto, di battaglia con diverse caratteristiche da quelle attuali, mediante la costruzione di una pressione “dal basso”, pubblica e popolare, che renda inevitabile, obbligata l’azione dei politici eletti e da eleggere verso il cambiamento ambientale, anche a discapito dei potenti trust economico-industriali. Cambiare cioè il campo di gioco usando al meglio ed a proprio vantaggio le forze che il consenso democratico possono produrre. Come un acuto notista e scrittore, Mark Hertsgaard, ha scritto “penso che egli creda in tutta sincerità che cambiare l’opinione pubblica è molto più importante che cambiare i presidenti … gli anni alla Casa Bianca paiono aver insegnato a Gore che avere ragione, come anche essere presidente, non basta. L’unico modo per sconfiggere gli interessi organizzati è avere tanta gente organizzata”. Etichette: Al Gore, ambiente, Conferenza cambiamenti climatici Bali, Hertsgaad, presidenza USA, Trattato di Kyoto
0 Commenti:
Posta un commento
Iscriviti a Commenti sul post [Atom]
<< Home page