lunedì 31 dicembre 2007

Vinto il premio Enti locali per Kyoto

Chiudiamo l’anno ricordando con piacere, malgrado il totale silenzio della stampa, l’assegnazione del Premio Enti Locali per Kyoto al nostro progetto - come Assessorato Risorse Idriche Qualità dell’Aria, Energia, Attività Estrattive della Provincia di Torino – per la realizzazione di edifici “Fossil Free” mediante l’installazione di impianti integrati biomassa-solare (b-s).
Il riconoscimento promosso da Ecomondo ha l'obbiettivo di premiare le amministrazioni locali che hanno realizzato le migliori azioni innovative in campo ambientale per ridurre l'effetto serra e migliorare l'efficienza d'uso delle risorse e conta del patrocinio del Ministero dell'Ambiente e la collaborazione di Anci, Legambiente, Kyoto Club.
Il nostro progetto ha dimostrato, attraverso l’installazione di un buon numero di impianti con soluzioni tecnologiche diverse tra loro e un’azione di diffusione dei risultati, che gli impianti integrati b-s sono un’ottima soluzione per alimentare in modo ecologico ed economico edifici civili. In particolare l’abbinamento b-s consente di: - annullare la dipendenza delle fonti fossili;- azzerare le emissioni climalteranti per la climatizzazione degli ambienti; - ridurre la spesa energetica annua; - dare un contributo alla diffusione delle fonti rinnovabili di energia. Gli impianti realizzati hanno rispettato precise prescrizioni tecniche appositamente elaborate con relativo monitoraggio.
Le utenze sono state selezionate mediante un bando ad evidenza pubblica e sono insediate in tutte le aree extraurbane del territorio provinciale. Il monitoraggio indagherà anche i risparmi sulla spesa storica, nel caso di sostituzione di impianti, la soddisfazione del sistema adottato; l’eventuale esistenza di problemi tecnici o gestionali; i consumi medi di energia primaria (biomassa) e le modalità di approvvigionamento.
La fase di diffusione e di informazione – fondamentale per l’efficacia dell’iniziativa - sarà agevolata grazie alla costituzione di una rete di sportelli informativi per l’energia decentrati sul territorio provinciale. In fase di valutazione anche la promozione di un corso di formazione specifico sugli impianti integrati legna-solare in collaborazione con le associazioni di categoria locali.
Un risultato concreto raggiunto con questa iniziativa dell’Assessorato è stata la diffusione dell’accumulo termico negli impianti a legna, che fino a qualche anno fa venivano installati senza un’idonea capacità di accumulo, limitandone il rendimento energetico e peggiorando sensibilmente la qualità di emissioni di polveri.
A oggi la Provincia di Torino ha supportato con un contributo finanziario la realizzazione di 55 impianti integrati legna-solare su altrettante strutture edilizie del settore civile. E’ stata stimata una riduzione di 536 t/anno di emissioni climalteranti, di cui 451 t da biomassa e 85 da solare. Complessivamente sono stati stimati circa 202 tep/anno risparmiati, di cui 174,5 tep come contributo della biomassa e 27,7 tep come contributo del solare. Il progetto permette il ricorso a risorse locali per la produzione di energia: la diffusione di questo tipo di impianto insieme a politiche di consorziamento delle proprietà può garantire lo sviluppo di filiere forestali locali.
La nostra Provincia ha un patrimonio forestale consistente, ma prevalentemente costituito da ceduo e da essenze difficilmente utilizzabili come legno da opera, pertanto la filiera legno-energia diventa uno degli sbocchi per la valorizzazione economica e sostenibile dei boschi.
L’abbinamento solare-biomassa è una soluzione tecnologica diffusa in alcuni paesi esteri, ma poco conosciuta e promossa in Italia; l’obbligo di installazione di accumuli termici ben dimensionati ha consentito di anticipare la normativa vigente in Regione e ottimizzare il funzionamento degli impianti realizzati.
I vantaggi gestionali e di funzionamento di questi impianti hanno aiutato il mercato locale a indirizzarsi verso questo tipo di soluzione come una prassi consolidata che dall’anno in corso (2007) è stata inserita come requisito obbligatorio anche nel Piano stralcio della Regione Piemonte sul condizionamento invernale.
L’iniziativa è replicabile da qualsiasi Amministrazione Locale desideri promuovere questo tipo di tecnologia e di integrazione. A tal fine l’Assessorato renderà disponibile sul sito web tutta la documentazione tecnica ed informativa predisposta per il progetto.

Etichette: , ,

venerdì 28 dicembre 2007

Mobilità sostenibile e inquinamento

Segnalo l'uscita dell'importante studio sulla mobilità sostenibile redatto dal Kyoto Club e da Euromobility riguardante 50 città. I centri monitorati sono i 20 capoluoghi di Regione, i due capoluoghi delle Province autonome e le città con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti. Gli indicatori usati per stilare la classifica hanno considerato in particolare le innovazioni introdotte per la gestione della mobilità (car sharing, bike sharing, taxi collettivi, le piattaforme logistiche per le merci, i mobility manager, car pooling, ecc); lo stato di salute delle città in relazione alla presenza di auto di nuova generazione o alimentate a combustibili alternativi (Gpl, metano); l'offerta di trasporto pubblico, le piste ciclabili, le ZTL, le corsie preferenziali; l'adozione di strumenti di gestione e di pianificazione del traffico. "La ricerca - ha concluso Carlo Iacovini, Presidente di Euromobility - rappresenta un primo passo per un monitoraggio costante delle politiche di mobilità che Euromobility e Kyoto Club intendono avviare sistematicamente per promuovere buone pratiche e soprattutto diffondere l’innovazione nelle pubbliche amministrazioni. Dai risultati si evidenzia un’Italia a due velocità, con città intraprendenti che investono nella mobilità sostenibile, ritenendolo un settore strategico per lo sviluppo del territorio (e non a caso questo avviene soprattutto nel nord). Dall’altra parte molte amministrazioni sono invece alle prese con problematiche economiche e sociali ancor più rilevanti e quindi obbligate a investire le ridotte risorse in altri settori (soprattutto al sud) ". Lo studio risulta inoltre importante proprio nel momento in cui si segnalano, come nel caso di Torino, situazioni critiche della qualità dell'aria nel periodo delle festività natalizie come riportato dagli organi di stampa. Per chi volesse approfondire il problema "mobilità - inquinamento" segnalo inoltre due recenti pubblicazioni molto scorrevoli e scientificamente valide:

G. Panella, A. Zatti: "Città: per uscire dal labirinto" ed. Carocci, 2007

L. Davico, L. Staricco: "Trasporti e società", ed. Carocci, 2006

Etichette: , , , , , , , ,

mercoledì 26 dicembre 2007

Acqua e leggi di mercato

Una tesi continua ad aggirarsi tra le pieghe della discussione sulle gestioni idriche: l’acqua sta diventando un bene scarso e quindi il miglior modo di ripartirla, di fare in modo che la sua distribuzione sia efficiente, è quello di affidarla alle leggi del mercato, lasciare cioè che la domanda e l’offerta regolino al meglio questo tipo di bene. Questo passaggio non è strano. L’economia notoriamente si occupa di ripartire fra usi alternativi risorse che soffrono di scarsità possedute dalla società. Beni ambientali come l’acqua non sono stati finora molto considerati dall’analisi economica perché ritenuti disponibili in quantità illimitate, non costituenti oggetto di scambio sul mercato, appunto in quanto ritenute illimitate e, pertanto, privi di prezzo. Ma il quadro cambia e finalmente anche questi beni possono entrare a pieno titolo nella contrattazione domanda/offerta che potrà determinarne un prezzo. Possiamo accettare questa nuova sistemazione del problema con le sue conseguenze? Sicuramente no. L’acqua è fondamentale per la vita e tocca all’umanità assicurarne la gestione collettiva.Servono uso, conservazione e protezione nel rispetto del diritto alla vita per tutti gli esseri umani e le altre specie viventi. L’acqua è un bene essenziale, da garantire a chiunque, indipendentemente dal reddito, in quanto parte della dotazione minima indispensabile di chi fa parte della comunità. Oltre allo stretto legame con un altro bene essenziale quale la salute. Ma anche tralasciando valori non meno importanti ai fini dell'uso delle risorse quali quelli etici, ambientali, sociali, proprio sul campo economico il sistema di mercato, come riportato dagli studiosi, «fallisce» nei confronti delle risorse ambientali: esso non è in grado di funzionare e di determinare prezzi utili per ripartire le risorse in modo efficiente fra usi alternativi.Anche se il mercato fosse in grado di ripartire le risorse idriche fra i vari usi, di fatto esistono molte imperfezioni che non permettono di farlo in modo efficiente. E in una logica di mercato la gestione delle risorse idriche si confonde con quello della gestione dei servizi idrici. Nessuno nega che sia necessario un aumento di efficienza tecnologica, che è l’unica che deve rappresentare un costo, ma non confondiamo il costo del progresso di questa con l’attribuire un prezzo alla risorsa in se stessa che è di tutti ed a tutti deve essere resa disponibile senza la cosiddetta prova del mercato (o meglio delle tasche di tutti noi). Si scambia la causa per l’effetto: i diamanti non sono pochi perché costano tanto, ma costano tanto perché sono pochi e aumentarne o diminuirne il prezzo non ne cambierà il numero. Occorre porre dei vincoli preventivi all’utilizzo delle risorse in modo da proteggere le funzioni dell’ambiente e assicurare le basi potenziali per uno sviluppo sostenibile. Si tratta in questo caso di considerare la preservazione dell’ambiente come un bene pubblico dove il volume totale del bene è definito a livello politico e non dalle azioni individuali che avvengono nel mercato.

Etichette: , , ,

sabato 22 dicembre 2007

Nuovo Conto Energia

Nuovo Conto energia: una guida dal Gse per realizzare l’impianto fotovoltaico
È disponibile sul sito del Gse, all’indirizzo www.gsel.it la Guida al nuovo conto energia.
La guida si articola in due parti. Nella prima sono presentate le innovazioni introdotte dal decreto del 19 febbraio 2007, le indicazioni generali per la realizzazione e la connessione dell’impianto alla rete e le modalità di accesso agli incentivi. Nella seconda sono approfonditi alcuni aspetti generali e specifici. Infine, in appendice, è riportato un sintetico glossario
.

Etichette: ,

giovedì 20 dicembre 2007

Eolico per la Gran Bretagna

Nuova strategia in Gran Bretagna per le fonti rinnovabili. Il Premier Gordon Brown e il Ministro per l’Energia, John Hutton, hanno annunciato l’intenzione di installare almeno 350 grandi centrali eoliche con 7 mila turbine a vento per produrre un equivalente di elettricità in grado di alimentare tutte le case inglesi. Attualmente la Gran Bretagna produce almeno 2 Gigawatt dall’eolico con un prossimo sviluppo per altri 8 GW entro il 2016. Un GW alimenta circa 750 mila abitzioni e quindi se l’obbiettivo delle nuove centrali da 25 gW sarà raggiunto, potranno essere soddisfatte le esigenze di circa 19 milioni di abitazioni. Queste fabbriche del vento saranno costruite in mare ad una distanza dalle coste di circa 5-6 Km per ridurre gli impatti ambientali. Tra i progetti già approvati quello di London Array all’estuario del Tamigi con 271 turbine che dovrebbero produrre nel 2014 1 GW di energia. Critica sulla possibilità di produzione delle turbine la British Wind Energy Association, che indica come realistica la produzione di 10 GW dall’eolico per il 2020. Le turbine marine hanno comunque dei vantaggi rispetto a quelle in terraferma: possono avere dimensioni maggiori e possono giovarsi del maggior vento presente in mare. Dal punto di vista della spesa il concetto si rovescerebbe: le turbini marine costerebbero 1,6 milioni di sterline a megawatt rispetto ad 1 milione per quelle a terra. Anche i costi operativi per la manutenzione sarebbero maggiori per quelle offshore. Interessante però rimane il volume d’affari sviluppato dal mercato delle energie rinnovabili per ridurre la CO2 che secondo stime industriali ammonterebbe a circa un trilione di sterline nei prossimi cinque anni. La chiosa del direttore di confindustria britannica, Richard Lambert è comunque illuminante: “E’ chiaro che la formula business as usual di fronte al riscaldamento terrestre non è un’opzione ed è una faccenda che riguarda tutti, non solo il Governo, perché calcoliamo che il costo per la conversione a energie rinnovabili entro il 2030 sarà di circa 100 sterline (150 €) l’anno per famiglia, l’1% del PIL britannico”

Etichette: , , ,

mercoledì 19 dicembre 2007

Economia

Capire la macroeconomia al dispenser dei chewing gum un interessante articolo di Andrea Franzoni.

Intesa europea gas serra

Dal Corriere della Sera Economia:
Entro il 2020 l’Italia e gli altri partner dovranno ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990. L’impegno è stato sottoscritto dai 27 Capi di Stato e di Governo, in seguito alle indicazioni del gruppo consultivo ad alto livello per l’energia. L’obiettivo era guardare oltre il 2012, prima scadenza del Protocollo di Kyoto, che fissa i limiti di emissione di anidride carbonica. Il Presidente della Commissione Barroso si è detto pronto ad andare verso una riduzione del 30% se ci sarà l’accordo a livello mondiale.

Etichette: , ,

martedì 18 dicembre 2007

Biocarburanti: due ipotesi

Novità contrastanti dal fronte del biocarburante. Il campo più interessante è quello dei biofuel di seconda generazione che invece di essere prodotti direttamente da materie prime di origine agricola, originano dagli scarti della cellulosa. L’idea è quella di sfruttare uno degli zuccheri, lo xilosio, presenti negli scarti. Attraverso l’introduzione di un enzima si riesce a produrre etanolo portando il rendimento dal 22 al 36%. I vantaggi sono nell’ordine utilizzare biomasse “povere” ottenute da scarti al posto di materie prime agricole, da destinare all’alimentazione, e rendere possibile un processo di bioraffineria con la produzione di altri derivati. Tenendo conto che in Italia vengono prodotti 100 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 40milioni urbani, e stimando che il 35% sono cellulosici (carta, cartone, legnami) non riciclabili si possono trattare circa 14 milioni di tonnellate. Il ricavo potrebbe aggirarsi in circa 4.8 miliardi di litri di etanolo, cioè il 30% del fabbisogno nazionale dato che in Italia si consumano annualmente circa 16 miliardi di litri di benzina. L’investimento non è elevato: la realizzazione di un impianto da 50 mila tonnellate di capacità impegnerebbe circa 20 milioni di Euro con un ritorno dell’investimento stesso in circa tre anni. Di opposto tenore mi sembra l’altra notizia che annuncia per l’anno prossimo la vendita negli Usa di una semente geneticamente modificata (ogm) che contiene al suo interno un enzima, l’amilasi, che potrebbe produrre etanolo senza bisogno di aggiunte successive. Secondo i produttori con questo seme si eliminerebbero gli scarti che attualmente rappresentano circa il 35% delle attuali coltivazioni. Il problema è che la presenza all’interno della pianta di amilasi, che ne accelera la fermentazione e la cui dannosità per l’organismo umano è altamente probabile, potrebbe contaminare anche le altre coltivazioni data l’ampia dimostrazione dell’incapacità di controllare l’immissione di sementi nel territorio.

Etichette: , , ,

lunedì 17 dicembre 2007

Nuove Energie in Piemonte

La Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso ha dichiarato di voler investire circa 300 milioni di € in un grande progetto di energie rinnovabili. “Partiremo in quarta” – ha affermato – “non con iniziative sperimentali, ma a tappeto. Tutti gli edifici pubblici produrranno energia solare, geotermica o dalle biomasse”. Sicuramente ottimo. Ciò che personalmente mi convince di più è forse la seconda parte della dichiarazione. “Vogliamo attrarre imprese e finanziare studi. Useremo il patrimonio pubblico per avviare un programma di attrazione di investimenti e aziende. Vogliamo che si trasferiscano in Piemonte per produrre beni strumentali e tecnologie per le nuove fonti di energia”. Spero comunque che la Presidente Bresso possa mettere a frutto in maniera ottimale i suoi stessi insegnamenti di economia ecologica a cui, almeno una parte di noi, deve la novità di non poter più considerare l’ambiente avulso dall’analisi economica, schiacciando l’acceleratore anche su altre parti che al momento sembrano solo accennate ma che sono, probabilmente, assolutamente ineludibili. Uno strumento di accompagnamento potrebbe essere un forte e stringente miglioramento della domanda pubblica, per cui l’istituzione pone condizioni specifiche “spinte” nella richiesta dei prodotti che utilizza. Ciò rappresenta non solo uno stimolo globale, ma supera anche il metodo di sostegno diretto alle fasi del processo di innovazione. Tale condizione deve avere un esteso arco temporale, dimensione adeguata, concentrata appunto in settori ad “alto contenuto di conoscenza”. Attraverso quindi contratti riguardanti beni acquistati, l’operatore pubblico controllerebbe l’accesso alla ricerca evitando duplicazioni di costi. Credo inoltre sia necessario anche un chiarimento su come la convenienza all’introduzione delle tecnologie “pulite” debba essere determinata dal confronto tra i costi ed i benefici sociali, e non solo privati. E’ necessario prendere in considerazione come il privato per sua natura trascuri costi e benefici esterni o i vantaggi per la collettività. La mano pubblica non può in questo caso estraniarsi dal problema, ma forse deve assumere nuove caratteristiche e nuovi obbiettivi. Un compito può essere quello di cercare di minimizzare il costo del raggiungimento dell’obbiettivo fissato di controllo dell’inquinamento, comprendendo tra i costi quelli relativi agli strumenti e abbattendo quindi la divergenza tra il valore sociale e quello privato dell’attività innovativa. Con una sorveglianza politica ancora più stretta, abbandonando finanziamenti a pioggia in settori non consoni all’azione pubblica e soprattutto, dato che parliamo di impiego di ricchezza sociale, concentrazione degli interventi su obiettivi di naturale produttività pubblica.

Etichette: , ,

venerdì 14 dicembre 2007

Effetti collaterali della società del rischio

Qual è la vera posta in gioco nella discussione che si è accesa (per quanto ancora?) intorno alla strage dei lavoratori di Torino? Il riconoscimento da parte della società del rischio dei rischi a cui essa stessa è esposta può contenere una inedita esplosività politica: ciò che sembrava non far parte della politica, cioè la semplice eliminazione delle cause di pericolo nei processi di industrializzazione, entra a far parte in maniera forte, pesante della politica, ri-diventa politica. Ecco che l’opinione pubblica e la politica stessa vogliono capire, avere la possibilità di estendere la propria sovranità, entrare a pieno titolo nella discussione di come si ottengono i prodotti, su come sono fatti, dei cicli di lavorazione. Si estende cioè a tutta la società ciò che in realtà è già patrimonio di richieste dei lavoratori stessi. Non solo più “semplici” conseguenze per la salute della natura e dell’uomo, ma anche effetti collaterali sociali, economici e politici. In questo modo nasce nella “società del rischio” la presa di coscienza e la necessità di proteggersi da questi rischi. Ma gestire tutto questo può comportare una richiesta che è attualmente inconcepibile per l’attuale sistema: la richiesta di una riorganizzazione di poteri e di competenze. Questo dibattito, divenuto pubblico, richiede alla politica di poter influire sulla trasformazione tecnico-economica, superando le limitate capacità di controllo e di intervento dello Stato sui protagonisti della modernizzazione nell’industria e nella ricerca. Con una modalità, se vogliamo nuova: evitare la fissazione dell’argomento sul sistema politico come centro esclusivo della politica.

Etichette: , , ,

mercoledì 12 dicembre 2007

Auto: meno inquinamento pagando meno

Per la serie auto e tasse, riporto una interessante ed intelligente proposta che lega insieme i costi dei carburanti, le assicurazioni che le automobili pagano con la possibilità di diminuire il numero dei km. percorsi dalle automobili. Ricordo infatti a tutti noi che una delle politiche indicate dall’Unione Europea per la riduzione dell’inquinamento è infatti la contrazione dei Km percorsi dalle automobili. Nello Stato della California (Usa) Mohamed el Gasseir e Andrew Tobias hanno promosso un modo innovativo per segnalare il costo effettivo dei Km percorsi e permetterne la diminuzione pur prevedendo minori costi: “assicurazione pagata alla pompa”. La loro analisi ha concluso che negli Usa gli americani pagano, per ogni Km percorso, più per l’assicurazione che per il carburante. I costi assicurativi infatti sono correlati ai rischi di incidenti che aumentano con l’aumentare dei Km percorsi. In questa proposta gli Stati dovrebbero suddividere il costo dell’assicurazione auto in due parti:la parte correlata al rischio di incidenti è pagata “alla pompa” (quindi trasferita alle assicurazioni in proporzione al loro share di mercato, mentre il resto dei costi relativi ai furti, incendi ed altri rischi viene pagata con il sistema attuale. Questo meccanismo farebbe inoltre comprendere i reali costi assicurativi che diverrebbero trasparenti e comprensibili. Per gli Usa il costo della benzina aumenterebbe da 7,5 a 20 cent di $ al litro. Si tratterebbe di un semplice ed intelligente sistema di pagare l’assicurazione che ci ricorderebbe che i costi della guida contengono anche costi legati ai rischi. Questi sistemi “antichilometri inutili” spingerebbero non alla negazione totale dell’uso delle auto, oggettivamente ancora non presente nella nostra cultura, ma ad uso razionale della stessa legando eventuali risparmi ottenuti anche alla contrazione di costi fissi che tutti pagano indistintamente e magari a concludere che è necessitano meno strade con meno costi per la manutenzione.
Meccanismi di questo genere risolvono almeno in parte l’obiezione che viene portata del fatto che l’aumento del costo della benzina, che riuscirebbe a far contrarre l’uso delle auto per ovvii motivi, significherebbe aumentare la tassazione su un bene che sopporta già alti costi fissi anche se rimane fermo appunto dall’assicurazione che viene pagata comunque. Questo sistema più flessibile aumenta invece l’efficienza della spesa e crea un doppio beneficio per il minor uso che viene promosso dalla contrazione di una parte almeno del costo fisso, che scende quindi al minor uso.

Etichette: , , ,

martedì 11 dicembre 2007

Tasse auto verdi in Provincia di Torino

Abbiamo deciso come Giunta della Provincia di Torino, di ridurre in maniera significativa l’Imposta addizionale per la registrazione al PRA (IPT) - che si applica alle immatricolazioni della automobili nella nostra Provincia – ai veicoli “verdi”: elettrici, bifuel, metano e GPL. In tempi di vacche veramente magre, rinunciare a circa 800.000 € è certamente una notizia per un’amministrazione come la Provincia di Torino. L’esempio riportato dal giornale “La Stampa” rende correttamente conto di cosa significhi in cifre per chi compra ad esempio una Panda Natural Power: la tassa scende da 196 a 46 €. Ma il vero dato è il cambiamento del tipo di politiche, fortemente invocato in questi anni dall’Assessorato alle Risorse Idriche, Qualità dell’Aria, Energia: è necessario agire subito sulle leve fiscali nelle politiche ambientali perché le azioni del tipo comando e controllo (ti prescrivo un limite e poi – cerco – di controllarti) non sono sicuramente più sufficienti ed efficaci. Questo infatti è un uso assennato delle possibilità che il mercato può offrire e che abbiamo già diverse volte teorizzato in precedenti post. Inoltre risulta fortemente coerente con politiche già in corso della Provincia di Torino quali l’abbattimento del costo dell’abbonamento per il trasporto pubblico del 35% mediante il “Ticket transport”. E’ una conferma di nuove politiche d’avanguardia per gli Enti: non tanto per le cifre e la specificità, quanto per il cambiamento di indirizzo, rivolto ad un settore tecnologicamente avanzato con alto contenuto di conoscenza.
Per simulazioni dell’importo consulta il sito de “La Stampa”: Imposta Provinciale di Trascrizione, la simulazione su alcuni modelli.

Etichette: , , , , ,

lunedì 10 dicembre 2007

Le morti di Torino ovvero la società del rischio

Ulrich Beck l’ha chiamata “società del rischio” e credo avesse ragione. Bisognerebbe rispolverare con interesse alcune delle sue tesi, proprio nel momento in cui vorrebbero farci credere che esista un’emergenza della mortalità sul lavoro. Forse però non è un’emergenza, ma queste morti sono connesse con il nostro modello di sviluppo che supinamente stiamo continuando a scegliere, sono intrinseche ad esse. Perché i rischi cambiano anche la loro natura: non derivano più dall’esterno, dal non-umano, dalla fatalità naturale, ma dipendono da decisioni. Sono il riflesso di azioni ed omissioni dell’uomo stesso, la conseguenza di forze produttive fortemente sviluppate. La produzione delle condizioni di vita della società nella sua interezza diventa quindi un problema ed oggetto di ripensamento: la società deve venir messa a confronto con se stessa. Paradossalmente infatti sembra quasi che la fonte del pericolo non sia più l’ignoranza ma la stessa conoscenza, non un dominio carente della natura, ciò che si sottrae alla capacità dell’uomo, ma il sistema di norme e di vincoli oggettivi stabilito con la crescita industriale. Cosa vuol dire ciò? Vuol dire che la società in questo sviluppo ha seguito un percorso “suddiviso”, dove il sistema politico-amministrativo e quello tecnico-economico si sono sviluppati in due rami diversi. Da una parte il principio della partecipazione dei cittadini, l’elaborazione condivisa delle decisioni con regole democratiche e l’esercizio del potere politico e del comando che devono derivare dal consenso dei governati. Dall’altro lo sviluppo di un qualcosa che viene percepito come non-politico, ma è invece tutto politico. Il progresso tecnico è equiparato acriticamente a quello sociale e la direzione di sviluppo e i risultati tecnici seguono inevitabili vincoli oggettivi tecnico-economici, dove gli effetti negativi trovano giustificazione nell’innalzamento degli standard di vita. Il problema è che questo processo è completamente sottratto al vaglio politico, possiede un potere di realizzarsi immune alla critica e infinitamente più veloce rispetto alle procedure democratico-amministrative. Dice efficacemente lo stesso Beck: “il progresso sostituisce il voto. Più ancora diventa un sostituto dei problemi, un tipo di consenso preventivo su fini e conseguenze che rimangono ignoti ed innominati. (…) Solo una parte delle competenze decisionali che strutturano la società è legata assieme nel sistema politico e sottoposto ai principi della democrazia parlamentare. Un’alta parte è sottratta alle regole dei controlli e della giustificazione pubblica e delegata alla libertà di investimento delle imprese (…). I cambiamenti sociali sono rimossi come effetti collaterali latenti delle decisioni, dei vincoli e dei calcoli tecnico-scientifici. Ci si afferma sul mercato, si utilizzano le regole di realizzazione dei profitti e così facendo si rovesciano le condizioni della vita quotidiana.(…) Da un lato, le istituzioni del sistema politico presuppongono, per ragioni funzionali e sistemiche, che il ciclo produttivo di industria, tecnologia e economia. Dall’altro ciò fa sì che sotto tale copertura giustificativa venga data per scontata la trasformazione degli ambiti di vita sociale in contraddizione con le regole della democrazia: conoscenza dei fini della trasformazione sociale, discussione, voto, consenso.” L’incidente della Tyssen-krupp credo vada letto nella sua interezza come risultato di questa contraddizione e non come semplice mancanza di un paio di estintori. Anch’io la penso come Ewald la cui teoria segna un significativo cambiamento nell’interpretazione del welfare: la costruzione di questo non deve essere interpretata in termini di interesse di classe, di mantenimento dell’ordine sociale o di miglioramento della produttività nazionale, ma consolidarlo, ricostruirlo come fornitura di servizi (assistenza sanitaria), creazione di schemi assicurativi e regolazione dell’economia e dell’ambiente in termini di creazione della sicurezza. Questo nuovo welfare potrebbe essere il compito di una sinistra veramente moderna.

Etichette: , , ,

sabato 8 dicembre 2007

Per i lavoratori di Torino

Un po' di silenzio...

venerdì 7 dicembre 2007

Cura del ferro per i gas serra?

Riporto una curiosità che rende conto della complessità delle forze in gioco nell’ambiente. Attualmente molti Oceani, soprattutto l’Oceano Pacifico e quello Meridionale, hanno una scarsa produzione di vegetali marini a causa della contrazione di nutrienti tra cui il più importante è il ferro che giunge in mare in buone quantità tramite il pulviscolo atmosferico dalla terra. La proposta di uno studioso (John Martin) è quella di fertilizzare l’Oceano con ferro che stimolerebbe la produzione marina con nuova attività di fotosintesi che catturerebbe nuovi quantitativi di CO2 e la immagazzinerebbe in sedimenti marini profondi rimuovendola dall’atmosfera. Alcuni esperimenti comunque hanno dimostrato la necessità di alte quantità di ferro per la fertilizzazione. Inoltre la sospensione di questa attività farebbe rilasciare nuovamente in atmosfera discrete quantità di CO2. Ma l’aspetto paradossale è che attualmente sembra che la quantità di pulviscolo liberato, grazie all’attività industriale e dai cambiamenti d’uso del suolo, sia aumentata di circa il 150% rispetto a 200 anni fa, incrementando la capacità degli oceani di assorbire CO2 dall’atmosfera: è come se la situazione attuale, la nostra atmosfera contaminata, ci stesse aiutando a diminuire un gas serra. Se consideriamo che il Protocollo di Kyoto ci spinge ad espandere le foreste e impedire l’erosione del suolo allo scopo si prelevare la CO2 dall’atmosfera, si assisterebbe ad una diminuzione del pulviscolo e del ferro in esso contenuto. Andrew Ridgwell della University of British Columbia (Canada) e Mark Maslin, fra i maggiori esperti mondiali di climatologia, hanno ipotizzato che una quota significativa dell’anidride carbonica supplementare immagazzinata sulla terra a seguito delle misure del protocollo di Kyoto potrebbe venire restituita in atmosfera: la diminuzione del pulviscolo e del ferro in esso contenuto limiterà la capacità dell’oceano di assorbire CO2 e vanificherà, comunque nell’arco di centinaia di anni, il vantaggio ottenuto dalla piantumazione di nuove foreste. Curioso o inquietante?

Etichette: , , , , ,

mercoledì 5 dicembre 2007

Rifkin ovvero la Città del Sole

Ma cosa ha detto l’economista Jeremy Rifkin all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Torino? Nessun Paese europeo possiede le nostre risorse in termini di sole, forza del mare, vento e capacità di produzione idroelettrica. Ma Stati come la Germania ed i Paesi scandinavi sono già molto più avanti di noi su questa strada. L’Italia deve recuperare lo stesso ruolo che ha giocato nelle precedenti rivoluzioni industriali, anche per quest’ultima che si annuncia come decisiva per la sopravvivenza del mondo come lo conosciamo. Ricordiamo che lo stesso Prodi è stato il primo leader mondiale come presidente dell’Unione Europea, ad avviare un progetto di ricerca sull’idrogeno. L’economista, vera autorità globale in materia di rapporti tra ambiente ed innovazione tecnologica, dopo aver passato in rassegna le precedenti rivoluzioni tecnologiche caratterizzate dapprima da carbone, vapore e comparsa della stampa e quindi dal motore a scoppio, telegrafo e telefono, ha tratteggiato la terza come l’era di internet e computer e l’abbandono dalle fonti fossili. Ma soprattutto denuncia la necessità del passaggio da un’energia “elitaria” ad una “distribuita”: non più la concentrazione delle risorse in zone ricche di gas e petrolio, ma eolico, solare e forza delle maree utilizzabili in ogni luogo del mondo. Distribuire quindi lo stesso potere a sempre un maggior numero di persone che diventano produttori. Tutti creeranno la propria energia e ridistribuiranno le eccedenze ad una rete intelligente. Si annulleranno le distanze, soprattutto tra i Paesi ricchi e poveri, che poi sono senza potere perché senza energia. E se il problema è che tali risorse non sono continuative ecco comparire il vero cavallo di battaglia di Rifkin: a tutta forza verso l’idrogeno. Perché il riscaldamento del pianeta è al limite. Ma soprattutto i processi climatici sembrano subire un’accelerazione inaspettata. E perché non è attuale la discussione sul nucleare? Perché le 400 centrali del pianeta producono solo il 5% dell’energia e stanno invecchiando: per ammodernarle servirebbero due miliardi di euro ciascuna e per avere effetti climatici positivi occorrerebbe costruirne due al mese nuove per i prossimi 60 anni. L’unica strada sono le rinnovabili: “ E’ una scommessa che deve unire tutti i popoli del mondo e in cui non possiamo commettere errori perché non avremmo il tempo per porvi rimedio. Le Università hannoun ruolo cruciale perché tutte le discipline e le conoscenze del mondo vanno poste a profitto della salvezza della razza umana”. Non so perché, ma sembra sia nato un nuovo Tommaso Campanella…

Etichette: , , , ,

martedì 4 dicembre 2007

Che prezzo ha la natura?

A qualcuno di noi sicuramente è capitato di farsi una domanda indecente: che prezzo ha la natura? La domanda però può non risultare dannosa o inutile, soprattutto se può arginare la frustrazione di chi si occupa a tutti i livelli di ambiente nel vedere come l’opinione pubblica continui a non comprendere le implicazioni economiche dei servizi resi dall’ambiente. Per cercare di attirare l’attenzione su questo problema, le due pubblicazioni sicuramente più autorevoli sono state il volume Nature’s Services di Gretchen Daily nel 1994 e il documento collettivo curato da Robert Costanza nel maggio 1997 e pubblicato sul prestigioso “Nature”dal titolo The value of the world’s Ecosystem Service and natural capital. Questi studi hanno attribuito un “prezzo” annuo a 17 servizi forniti dall’ecosistema: considerando il dollaro del 1998 tale “prezzo” è stato quantificato in 36.000 miliardi di $ (con un massimo di 58.000 miliardi). Tenendo conto che il PIL mondiale, sempre nel 1998, era di 39.000 miliardi di dollari, tale paradosso fece notizia. Nello specifico le diverse “matrici” erano così state valutate in miliardi di dollari: 1300 la regolazione atmosferica dei gas; 2300 l’assimilazione e trasformazione dei rifiuti; 17000 i flussi di nutrienti; 2800 la conservazione e depurazione delle acque. I sistemi marini ricevettero la valutazione maggiore con 20.900 mentre quelli terrestri 12.300 (4.700 alle foreste e 4.700 alle zone umide). Il valore medio dei sistemi terrestri era di circa 1.200 $ per ettaro, mentre quelli marini venivano valutati di quasi 600. Il valore assoluto più alto era quello degli estuari: quasi 23.000 $ per ettaro, non per il loro valore di produzione di alimenti ma in quanto garanti del ciclo dei nutrienti per 40.000 miliardi dimetri cubi annui di acqua dei fiumi. Presumendo un reddito annuo di 36.000 miliardi di $ in termini di servizi ecosistemici e calcolandone la capitalizzazione sul tasso utilizzato dal Tesoro Usa, si ottiene un valore complessivo della natura poco maggiore di 500.000 miliardi di dollari (cifra assurdamente bassa che corrisponde a circa 13 anni di prodotto economico).
L’utilità di attribuire comunque dei prezzi rende capaci di esprimere con chiarezza il problema. Anche se può sembrare appunto rasentare l’assurdità, dare comunque un valore agli stock ed ai flussi di capitale naturale, come se avessero dei prezzi, può rappresentare un passo verso l’incorporazione di tali valori nella pianificazione delle politiche e dei comportamenti pubblici. Anche se rimane valido l’adagio che conosciamo il prezzo delle cose senza saperne il valore. (dati tratti da: P. Hawken, A. e L Lovins; Capitalismo naturale, 2007)

Etichette: , ,

lunedì 3 dicembre 2007

Sviluppo sostenibile globale

Notizie conflittuali oggi dal mondo eco-nomico/logico. Al Gore apre in videoconferenza un convegno sullo sviluppo sostenibile ricordando che l’Italia è al 7° posto per capacità eolica istallata che deve continuare su questa strada accelerando il passo, soprattutto con una partnership più stretta tra Governo ed industria. Ricordando però come il nostro Paese sia sempre più dipendente dall’importazione di petrolio con un fabbisogno maggiore di circa il 40% rispetto alla media europea. Tito Boeri, economista alla Bocconi di Milano, è pessimista: “ l’85% della nostra energia viene importata e siamo in ritardo sugli impegni assunti in tema di riduzione delle emissioni. Non è inoltre possibile seguire la logica dei due tempi: prima lo sviluppo e poi l’ambiente. La nostra classe politica è miope”. Joseph Stigliz ha poi affermato che “lo sviluppo sostenibile è possibile, non ci sono alternative, ma c’è bisogno di uno sforzo globale da parte del mondo sviluppato e in via di sviluppo: entro il 2010 la Cina supererà gli USA fra i Paesi inquinanti. E i Paesi emergenti nei prossimi 15 anni contribuiranno per il 50% delle emissioni. Il trattato di Kyoto non può funzionare”. Stigliz pensa che sia necessaria una governance internazionale sullo sviluppo sostenibile. Ci pensa comunque Luca Cordero di Montezemolo a darci la linea. Per Confindustria differenziare le fonti di approvvigionamentoè facile: basta puntare sul nucleare di nuova generazione e sui rigassificatori. Chissà cosa ne pensa del cartellino rosso alzato da Taotao Chen, docente di Pechino, che parlando della logica dei due tempi – prima lo sviluppo e poi l’ambiente – ha ricordato come questa logica sia sistematicamente perseguita dalle multinazionali, e non solo, dei Paesi industrializzati quando spostano le produzioni per approfittare dei più bassi standard ambientali. Vedremo a chi darà ragione la Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici che si apre oggi a Bali.

Etichette: , , ,

domenica 2 dicembre 2007

Politiche locali contro il global warming

Un’opinione diffusa a livello politico locale è che il problema del riscaldamento globale sia risolvibile sostanzialmente a livello internazionale e che le azioni a livello locale siano inefficaci se non controproducenti. Si ritengono quindi inutili richiami di alcuni importanti documenti quali quello della Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro del 1992 che invece invitano agenzie locali e singoli attori sociali ad agire in tema di sviluppo sostenibile e cambiamento ambientale. Un esempio della correttezza di questa impostazione (M. Maslin: riscaldamento globale, Torino 2007) sono state le esperienze registrate in diversi ambiti locali quali il New Hampshire, la California ed il Wisconsin. Riassumendo, i Governi locali hanno promosso incontri con le imprese locali, le autorità ed i movimenti ambientalisti per formulare soluzioni per la riduzione dei gas serra nel proprio ambito locale. I risultati sono stati diversi e positivi. Dopo la decisione di agevolare le imprese che avessero deciso di ridurre volontariamente le emissioni, l’obiettivo è stato raggiunto con l’istituzione di un registro di tutte le emissioni di gas serra, ottenendosi un netto miglioramento dei parametri della qualità dell’aria. Inoltre il Wisconsin è stato il primo stato Usa ad effettuare uno studio dei costi degli interventi necessari contro il “global warming” per il proprio territorio. Il riscontro è stato che l’attuazione di politiche a costo zero o addirittura di risparmio come la misurazione dell’efficienza energetica, ha creato più di 8.000 nuovi posti di lavoro e si è risparmiato quasi mezzo miliardo di dollari con crescita del PIL locale e l’abbattimento di oltre 75 milioni di tonnellate di CO emessa. Segnalo come un corretto approccio con gli strumenti dell’economia ambientale abbia fatto emergere e risolvere uno dei principali problemi riscontrati durante la formulazione della coerente legislazione intrapresa dopo questa ricognizione. La diversa agevolazione delle aziende è stata infatti sostenuta dalla necessità di eliminare la maggiore rigidità che si veniva a determinare per le aziende che avevano già avviato una riduzione delle proprie emissioni secondo il Clean Clear Act e che quindi si venivano a trovare con costi marginali maggiori per ottenere tali obiettivi rispetto a quelle che sporcavano di più.

Etichette: , , ,