giovedì 29 novembre 2007

Tasse e mobilità

Dal Libro Bianco della Commissione Europea (2001, pp. 75-6): “Paradossalmente al trasporto sono applicate troppe tasse: immatricolazione, circolazione,, assicurazione,carburanti, uso delle infrastrutture. Più che pesantemente tassato, il trasporto è tassato male ed in maniera diseguale. Gli utenti sono trattati senza distinzione, senza tener conto del degrado delle infrastrutture, degli ingorghi,dell’inquinamento di cui sono responsabili. Questa cattiva ripartizione degli oneri tra gestori dell’infrastruttura, contribuenti ed utenti è all’origine di notevoli distorsioni di concorrenza tra operatori e tra modi di trasporto. Per creare condizioni veramente eque la tassazione dovrebbe, secondo lo stesso principio e a prescindere dal modo, meglio ripartire i costi di trasporto che in generale sono ora sostenuti in gran parte dalla società (contribuenti e imprese) e non dagli utenti. (…) L’intervento della Comunità deve mirare a sostituire progressivamente le tasse che gravano attualmente sul sistema dei trasporti con strumenti più efficaci per integrare i costi dell’infrastruttura e i costi esterni

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mercoledì 28 novembre 2007

Ripensare gli incentivi alla rottamazione

Sono stati avanzati diversi dubbi sull’efficacia dell'attuale sistema di incentivi alla rottamazione auto, che sostanzialmente si rivelerebbe come un sistema alquanto grezzo e non particolarmente efficiente. Riprendendo alcune idee e sperimentazioni ancora poco conosciute (California, Ontario ecc.) un efficace strumento che impiega la leva economica e che non si discosterebbe come costi rispetto alla rottamazione, potrebbe essere quello della tassa/sconto. In sostanza al momento dell’acquisto di una autovettura, il cliente dovrebbe pagare una tassa oppure ottenere uno sconto, entrambi di entità variabile, a seconda di quanto il veicolo comprato sia efficiente. Secondo alcune esperienze in sostanza le tasse compenserebbero i rimborsi (Hawken, Lovins:capitalismo naturale 2007). Se si volesse raffinare ancora meglio questa strategia si potrebbe calcolare l’importo della tassa/sconto in base a quanto la nuova auto è più efficiente rispetto al veicolo precedentemente posseduto, che deve comunque essere demolito e non rivenduto. A margine la modifica della stessa imposta provinciale (IPT) sulle nuove immatricolazioni potrebbe rappresentare la tassa da rivedere secondo questi nuovi criteri. Il meccanismo favorirebbe la concorrenzialità, premiando i produttori di auto efficienti e stimolandone maggiormente la ricerca e commercializzazione di veicoli sempre meno inquinanti. Non da ultimo questo nuovo meccanismo di incentivo produrrebbe un’occupazione dell’industria qualitativamente migliore, anche mantenendo l’attuale forza quantitativa.

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martedì 27 novembre 2007

Velocità e vantaggi sociali

Segnalo due dati che correlano la diminuzione della velocità dei veicoli con la riduzione del numero dei feriti e della gravità degli incidenti. Makinen riporta in uno studio del 2003 come per ogni Km/h di riduzione della velocità media, vi sia la possibilità di diminuzione del numero di incidenti con feriti di una percentuale tra il 2 ed il 7%. Pasanen in un testo del 1992 afferma che per un pedone il rischio di morte è di 8 volte superiore in caso di urto con un veicolo che procede a 50 Km/h rispetto ad uno che procede a 30. Se aggiungiamo che il consumo di carburante è direttamente proporzionale anche alla velocità risulta che l’istituzione di “zone 30” all’interno degli abitati, con un sistema di controllo efficace, rappresenti un indubbio vantaggio dal punto di vista sociale ed economico.

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domenica 25 novembre 2007

Manifesto di bioetica laica

Oggi si è svolto un interessante incontro di presentazione del “nuovo manifesto di bioetica laica” a cura della Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni. Solamente il parterre dei relatori vale una citazione: da Carlo Augusto Viano a Gianni Vattimo, passando per Carlo Flamigni, Alberto Piazza, Eugenio Le caldano, Maurizio Mori per finire a Mario Riccio (il medico di Piergiorgio Welby) coordinati da Tullio Monti, il coordinatore della Consulta Torinese. Dibattito quindi ricco di cui speriamo vengano pubblicate le risultanze. Il discorso è sicuramente molto impegnativo e difficile, ma è innegabile che oggi la bioetica suscita grande interesse in tutta la cittadinanza e quindi un rilevante peso anche politico. Pur non entrando nello specifico della discussione e non potendo registrare qui le osservazioni di parte cattolica, credo comunque utile annotare alcuni caratteri utili che sono in campo nella discussione odierna. Intanto è da citare come la bioetica venga intesa spesso come uno strumento di difesa dalle innovazioni scientifiche e tecniche, lasciando la stessa medicina sotto scacco e riportandola sotto il controllo di una tradizione che, secondo alcuni, possa normarne l’attività al di là delle sue discussioni interne. Altro aspetto riguarda il tentativo in questa materia di imporre i propri contenuti e convinzioni, attraverso la forza delle leggi dello Stato, a tutta la cittadinanza. Altra difficoltà nella conciliazione delle diverse posizioni è la necessità o meno di rifarsi ad un corpus dogmatico, vincolante anche nel confronto tra le diverse tesi. Centrale in questa discussione è anche il rapporto di fronte all’ordine naturale, da una parte considerato intrinsecamente benefico e dall’altro non vincolante nella capacità di miglioramento mediante lo sviluppo di tecniche che amplino le diverse scelte umane nei confronti appunto dei limiti naturali. Discussione sempre aperta è anche quella del rischio del “paternalismo” medico. Temi inoltre che hanno infiammato i confronti negli ultimi anni sono la cosiddetta contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo), la ricerca sulle staminali embrionali, il testamento biologico, le differenze di genere e l’orientamento sessuale. Significativo comunque appare la chiosa del documento di presentazione: “la bioetica laica è parte di un impegno per una società in cui cresca lo spettro dei modi di vita possibili e diminuiscano le sofferenze dovute all’imposizione di un certo atteggiamento di pensiero, piuttosto che di un altro, soprattutto per una società in cui nessuno possa imporre divieti ed obblighi in nome di un’autorità priva del consenso delle persone sulle quali pretende di esercitarsi.

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sabato 24 novembre 2007

La sinistra in Provincia di Torino

Una sinistra seria e determinata, un ambiente disteso dove con un sorriso si riannodano molte storie per una nuova storia. Questa mi è sembrata la cifra dell’incontro di Torino “La Sinistra nella Provincia di Torino” svoltosi oggi alla Camera del Lavoro tra Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica. Dopo l’apertura di Luciano Gallino la composizione dei tavoli di lavoro sul welfare, lavoro, cultura, ambiente. Contenuti veri e nuovi senza problemi di simboli o forme partito: non sono i distinguo che interessano, ma finalmente la vera pratica plurale di fronte alle questioni più calde. Colpisce infatti la serenità di scoprirsi anche più uguali di quello che poteva sembrare entrando nella grande sala di Via Pedrotti, come l’assenza di ansia nella pratica della pluralità, non solo possibile ma benvenuta. Altri faranno meglio il punto di questa giornata. Personalmente ritengo importanti le conclusioni del gruppo che ha discusso di ambiente. Recuperare innanzitutto lo spirito con il quale sono nati i ministeri e gli assessorati all’ambiente: non semplice “gendarme” o registro delle criticità del territorio, collettore finale delle diverse forme di inquinamento, ma momento trasversale anche nella progettazione degli altri settori dall’industria al turismo. Ambiente che non deve più essere accusato di essere la zavorra di uno sviluppo, che noi intendiamo diversamente dalla crescita, ma opportunità di nuova occupazione e che tramite nuove politiche contribuisce alla diminuzione del costo del lavoro stesso, difende dalla precarietà e porta alla piena occupazione. L’impulso a far crescere una nuova economia ambientale che contribuisce all’analisi di cosa accade nella società, che svela come proprio l’ambiente rappresenti il momento in cui il mercato “fallisce” perché non è in grado di distribuire nella maniera più efficace le risorse che il lavoro della comunità pone a disposizione. E quindi i nuovi ruoli dell’operatore pubblico, del tanto vituperato Stato, chiamato a garantire in questa nuova allocazione di risorse l’equità tra tutti gli esseri viventi e quella intergenerazionale. Superando il nodo del rapporto tra scienza, innovazione ed ambiente: nessun retropensiero antiscientifico, ma anzi lo sviluppo della ricerca e dell’informazione che diventino bene comune condiviso e che costruiscano una scienza stavolta veramente sostenibile. Uno sviluppo da non confondere con una generica crescita. Un ambientalismo finalmente moderno e che ha voglia di confrontarsi a tutto campo con tutti, senza paure e su tutti i terreni, perché è proposta e non pone al centro la politica dei No. Quindi, buona la prima !

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venerdì 23 novembre 2007

Che altro?

Mi è capitato di riprendere in mano il vecchio testo di Garrett Hardin del 1968 che fissava il concetto di Tragedy of the Commons – la tragedia dei beni comuni. L’idea è semplice: se tutti ritengono illimitato il proprio diritto di usufruire di un bene pubblico, la sua capacità di carico verrà rapidamente superata e il bene, il common, si deteriorerà o scomparirà, a detrimento di tutti. Spesso non è così necessario farcire i concetti chiave con altre parole, ma lasciarli parlare senza tanti orpelli. What else?

giovedì 22 novembre 2007

Pietre, tecnologia e ruolo dello Stato

Esiste un progetto, ancora poco conosciuto, che riassume nel suo piccolo come a mio avviso dovrebbero essere progettate le politiche ambientali, e non solo, degli Enti Locali. Riassumendo si tratta di una sperimentazione per la costruzione di una “losa” fotovoltaica. La losa è un tipo di rivestimento in pietra dei tetti di una zona del pinerolese che alimenta un’industria tipica ed importante di quella zona, dove esiste un vincolo architettonico con obbligo di rivestimento dei tetti in questo materiale. Ciò pone un problema nell’installazione di pannelli solari e quindi si è pensato di costruire la cella fotovoltaica rispettando questo vincolo, appunto una “losa fotovoltaica” con un progetto cofinanziato dalla Provincia di Torino. Perché è importante il contenuto di questo progetto? Sappiamo tutti che siamo in un periodo di scarsa disponibilità economica per gli Enti: si tratta quindi di scegliere la maniera migliore di spendere le risorse pubbliche. L’alternativa poteva essere quella di continuare con le politiche classiche: fare un bando aperto e smistare le risorse per pagare una parte della spesa a chi avesse voluto montare dei pannelli. Quali sono le ragioni che hanno sostenuto questa scelta? Innanzitutto il contenuto di innovazione tecnologica. Sono infatti sempre più convinto che le articolazioni dello stato debbano sostenere in maniera più netta progetti che cambino la specializzazione produttiva del nostro territorio in direzione dell’alta tecnologia: un territorio che non rinnova la propria produzione di beni a bassa tecnologia in beni capaci di competere meglio sul mercato è destinato al declino. Tutte le economie, ed i territori collegati, che reggono l’attuale globalizzazione, hanno reimpostato la loro produzione verso beni ad alto contenuto di conoscenza facendo propria l’analisi che vede una crescita costante di domanda verso prodotti tecnologicamente avanzati rispetto a quelli con contenuto medio-basso di innovazione. Importante è anche la riaffermazione del ruolo dello Stato, in senso ampio, nei diversi settori di ricerca. Nelle grandi economie moderne (Francia, Germania, Gran Bretagna ma ultimamente anche il Giappone che per anni ha affidato alle imprese la R&S) lo Stato assolve un ruolo decisivo nello sviluppo del sistema scientifico e tecnologico: la politica cioè colma quello che spontaneamente il mercato non sembra in grado di fare. Individuando e sostenendo con politiche di innovazione settori strategici capaci di stimolare una domanda di prodotti ad alto tasso di tecnologia, anche lasciando alle imprese la possibilità di soddisfarla.Non però a caso, ma rendendo sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale il suo intervento ed in questo caso rispettandone anche la storia e le tradizioni. Con il risultato in questo caso specifico di produrre un beneficio dato dalla contiguità delle imprese con la comunità che viene coinvolta nell’impegno di una sfida tecnologica di un proprio prodotto. Creare queste condizioni uscendo dalla “pigrizia” amministrativa, intervenire nella ricerca, cambiare la specializzazione produttiva del nostro territorio verso la crescita scientifico-tecnologica, salvaguardare la sostenibilità sociale ed ambientale di questi processi, sono le priorità che cercheremo di costruire nell’impegnare le nostre risorse. I tempi dei soldi a pioggia ed a caso devono terminare.

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mercoledì 21 novembre 2007

Mobilità socialmente insostenibile

Da dove partire per decidere quale mobilità vogliamo? Quale può essere una base di discussione condivisibile in maniera ampia, il capo di un gomitolo fin troppo aggrovigliato? Una possibilità potrebbe essere quella di considerare l’interesse pubblico. Non solamente dal punto di vista sanitario, ma che possa rispondere alla domanda che in fondo i cittadini rivolgono a chi li governa: le risorse devono essere spese nella maniera migliore, più efficiente possibile e la capacità di regolazione deve condurre al migliore risultato per la società nella maniera più equa possibile. Un criterio immediatamente percorribile in questo senso è che le decisioni in merito, a parità di beneficio, minimizzino il costo sociale del sistema di trasporto e cioè il costo in termini di risorse utilizzate nel complesso dalla società. Il dato da cui partire potrebbe essere un’analisi costo-efficacia che valuti il costo sociale dei trasporti, cioè tutte le spese che la collettività sopporta nel suo complesso a causa di questi, sia direttamente che indirettamente. Per intenderci meglio si possono comprendere le spese sostenute dai privati e dal pubblico per realizzare le infrastrutture di trasporto compresi i costi ricadenti sulla comunità e che non vengono sopportati dagli utilizzatori del veicolo o dai gestori del servizio di trasporto. Tali costi possono suddividersi in interni ed esterni. I primi riguardano la produzione (costruzione e gestione) e l’uso delle infrastrutture di trasporto e sono alla base della domanda e dell’offerta di trasporto; gli esterni sono i costi non sopportati dagli utilizzatori delle infrastrutture di trasporto e che non rientrano nelle decisioni degli utenti delle strade. La stessa teoria economica ci aiuta considerando che non considerare i costi e benefici sociali significa utilizzare le risorse in modo inefficiente. Nel caso specifico si verifica una divergenza tra i costi privati del trasporto e quelli sociali comprensivi anche dei costi esterni che determinano. Poiché il costo privato è inferiore a quello sociale, gli automobilisti usano l’automobile più di quanto farebbero qualora dovessero tenere conto di tutti i costi. Sarebbe opportuna quindi la valutazione dei costi esterni almeno per capire dove dobbiamo aggiustare il sistema. Da ciò consegue che l’operatore pubblico, una volta determinata la quantità ottimale di traffico, deve attuare un sistema di razionamento che ne impedisca il superamento o mediante norme amministrative o facendo sopportare agli automobilisti gli oneri che riflettono i costi esterni in corrispondenza del livello ottimale del flusso autoveicolare. Il problema a questo punto riguarda la loro individuazione e stima. Un tentativo in questo senso è stato compiuto dalla Commissione Europea con la redazione di linee-guida relative alle metodologie di calcolo dei costi esterni, denominata “sentieri di impatto”. Questa metodologia prevede due fasi: una tecnica ed una monetaria. Nella prima si valuta la stima delle emissioni, la dispersione degli inquinanti, la concentrazione degli inquinanti; la scelta delle funzioni esposizione-risposta. Il numero dei soggetti esposti; e la valutazione in termini fisici del danno atteso. La seconda consiste nella valutazione monetaria dell’impatto stimato e cioè quanto i consumatori sono disposti a pagare per evitare il rischio del danno stimato nella fase precedente. I costi esterni riguardano tutte le attività commesse con il trasporto. Di questi i costi più rilevanti sono quelli connessi alla mobilità: l’inquinamento dell’aria; acustico; la congestione; gli incidenti; l’intrusione visiva; i danni agli edifici; il consumo di energia; l’inquinamento del suolo e delle acque superficiali e di falda per il dilavamento delle strade; l’effetto separazione ovvero l’impedimento delle relazioni sociali determinato dal traffico; l’ostacolo alla mobilità ciclo-pedonale; la diminuzione del valore e della fruibilità dello spazio/suolo urbano a causa delle infrastrutture. Senza entrare nell’articolazione delle fasi specifiche, possiamo comunque rendere conto del fatto che le stime per l’anno 1995 dei costi esterni imputabili alla mobilità ammontavano a circa 100.000 milioni di Euro, ben l’11% del PIL dei quali il 95% era da attribuire al trasporto stradale e nell’ambito di quest’ultimo in gran parte a quello in ambito urbano. Il sistema in sostanza non regge per ciò che riguarda i costi che la collettività deve accollarsi. Da qui può ripartire la politica.

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martedì 20 novembre 2007

Ambiente incontrollato

Per chi si occupa di interventi ambientali, si sta sempre più affermando come nodale il problema dei controlli. L’esperienza del settore delle limitazioni al traffico ne è un esempio conosciuto: nei precedenti periodi di targhe alterne la difficoltà maggiore riscontrata era sicuramente quella di ottenere controlli efficaci e credibili. Questo è anche, in verità, il limite più descritto delle cosiddette politiche “comando e controllo” dove l’azione prioritaria è quella di stabilire limiti di legge per emissioni ecc. e di sanzionarli. Questa difficoltà riguarda un po’ tutti gli strumenti d’intervento e costituisce un vincolo significativo per la corretta gestione di queste politiche. Interessante da questo punto di vista è la conoscenza di alcuni dati. Nel caso ad esempio delle cosiddette zone a traffico limitato (ZTL) emerge come esse abbiano avuto un impatto significativo sul breve periodo sulla mobilità, per poi perdere di efficacia riducendosi quasi a interventi simbolici. Alcuni (Panella, Zatti) arrivano ad ipotizzare come realistico il fatto che in media nelle città italiane tra un terzo e la metà degli accessi alle ZTL sia irregolare. Dato che tra l’altro testimonia come il deterrente costituito dalle multe possa risultare molto blando potendosi immaginare un viaggio non in regola dentro la ZTL scarsamente rischioso. Il caso torinese viene anche indicato come diffondersi di un atteggiamento di tolleranza. Immaginiamoci cosa sta succedendo per limitazioni ancora più difficili da sanzionare quali quelle delle Euro 0 ed 1. Ma anche molto semplicemente il rispetto ad esempio delle corsie riservate ai mezzi pubblici o i parcheggi in doppia o tripla fila. Credo siamo in presenza di livelli di completa inefficacia. La colpa non può nemmeno essere addossata ai vigili: se da una parte la capacità di multare può essere espressione di un organico insufficiente esistono componenti difficilmente eliminabili quali il contemporaneo controllo di più mezzi o, il pur corretto, ammonimento bonario. Oltre al fatto che personalmente non ritengo in nessun modo giustificabile l’atteggiamento di noi cittadini, sempre ingegnosi e soddisfatti di averla fatta franca. Tutto ciò per dire in definitiva come sia impensabile applicare solo politiche di tipo comando e controllo, ma sia necessario accompagnare queste politiche anche con strumenti di vario tipo, tra cui inizierei a privilegiare quelli economici tipo ticket di entrata per le ZTL ( es. road pricing) con un adeguato sforzo tecnologico. Se da un lato mancano le risorse per aumentare gli organici, il sistema tecnologico che è più preciso e che si può automantenere con le stesse sanzioni, può rappresentare una risposta, seppur parziale. Tenendo anche conto che nelle esperienze più avanzate esistono anche guadagni che possono essere reinvestiti nello stesso trasporto pubblico. In ultimo la leva economica (non la semplice multa) applicabile in diversi modi, permette una razionalizzazione, ampiamente dimostrata, dell’uso delle stesse risorse energetiche, di cui il traffico veicolare rappresenta una quota quasi maggioritaria.

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venerdì 16 novembre 2007

Occhio alla finanziaria

Approvata la finanziaria. Segnalo un articolo da analizzare meglio quando avremo notizie più precise: la detassazione per ciò che riguarda l’uso del trasporto pubblico locale. A questo punto si aprirebbero nuove prospettive per allargare l’applicazione del ticket transport adottato in Provincia di Torino – con risparmio per i lavoratori del 35% del costo di un abbonamento annuale - anche su larga scala. Nuovi scenari quindi per la mobilità sostenibile.

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Le strade dell'energia

Nel 1976 Amory Lovins espresse su Foreign affairs una tesi che lo rese famoso. Esisterebbero, in sintesi, due strade per quanto riguarda il nostro futuro energetico: la via “hard” (dura) caratterizzata da una crescente dipendenza dalle tecnologie centralizzate e su larga scala; la via “soft” (morbida) che si affida maggiormente – non esclusivamente – alle tecnologie decentralizzate e su scala più ridotta. La prima opzione è tipicamente quella degli impianti di tipo nucleare, mentre la seconda viene rappresentata dall’energia solare e dalle picole dighe. Le due opzioni si escluderebbero a vicenda ed il sisema esistente è orientato verso al prima ipotesi. Lovins avanzò l’idea che i sistemi dipendenti da una produzione centralizzata dell’energia consentono il predominio di parti che hanno interesse a mantenere lo status quo, situazione che potrebbe perpetuarsi, per esempio, attraverso il rifiuto da parte delle imprese di pubblici servizi, di acquistare la parte di energia eccedente prodotta da coloro che seguono la via “morbida”. Questi, in assenza di mercato sarebbero meno incentivati a produrre energia seguendo vie alternative e decentrate. Se valida questa argomentazione getterebbe alle ortiche qualsiasi aspettativa di transizione efficiente e lineare verso il passaggio a nuovi tipi di energia e distribuzione. Proprio nel Paese che è visto come il regno del libero mercato, accade però un fatto singolare: nel 1978 il Congresso approva infatti la Public Utility Regulatory Policies Act per incentivare la produzione di elettricità ricorrendo a risorse rinnovabili e sistemi di cogenerazione (produzione combinata di elettricità ed energia termica utilizzabile), stimolando indubbiamente la produzione di elettricità su scala e da fonti rinnovabili. E se gli Stati Uniti non si sono fidati della mano invisibile non vedo perché dovremmo farlo noi…

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mercoledì 14 novembre 2007

Soppressione ATO

Ritornando sulla ventilata soppressione delle Autorità d’ambito del sistema idrico integrato, dopo le considerazioni economiche annoto qualche punto più generale.
La nuova proposta mira a riportare le competenze di programmazione e controllo all’interno di uno (o più) Enti quali Comuni, Province o Regioni. Dal punto di vista anche geografico, ciò rappresenta la negazione di uno dei cardini della Legge Galli che affermava, con piena ragione, la necessità di trattare il sistema delle acque come bacini omogenei territoriali: tagliare quindi amministrativamente il punto in cui sgorga l’acqua da quello in cui viene consumata risulta un non senso. I confini amministrativi degli Enti infatti non hanno nulla a che vedere con il confine dei territori degli ambiti, che tiene conto del sistema idrografico naturale e delle infrastrutture del servizio. Per fare un esempio a noi vicino basti considerare l’attuale ATO Astigiano-monferrato che ricade come territorio su 3 Province e quindi verrebbe sostanzialmente smembrato sia nell’ipotesi comunale che in quella provinciale.
Attualmente l’esempio del nostro ATO torinese prevede che ci sia una Conferenza dell’Autorità che è organo sovrano e deliberante. All’interno di questa assemblea sono rappresentati territori omogenei con in più rappresentanti delle Comunità Montane, territorio di significativa importanza nel nostro caso. Questi rappresentanti sono in definitiva componenti degli stessi Comuni, la cui sovranità non viene quindi espropriata e cancellata, ma deve essere esercitata in forma associata, con un’ottica d’insieme e senza necessità di schieramento politico. Nel sistema la rappresentanza è prevista per grandezza e data la presenza di una città metropolitana (15%), esiste la partecipazione della Provincia di Torino (25%) che contrasta ogni possibile interesse particolare delle aree più rappresentate e detiene inoltre la Presidenza dell’ATO stessa. La Provincia, in questo sistema, svolge già una funzione forte di governo che a mio avviso è del peso giusto. Nel caso invece di ritorno di competenza ai Comuni è utile segnalare che il confine amministrativo degli stessi impedisce nei fatti ogni scelta infrastrutturale e di gestione indipendente da detti confini, unico modo (salvo le solite eccezioni) che sia in grado di fornire lo stesso servizio a tutti gli utenti. Ma soprattutto, con una tale scelta, riportiamo gran parte dei costi del servizio nella fiscalità locale perché è indubitabile che nei piccoli comuni l’introito tariffario non potrà mai coprire tutti i costi di gestione, di investimento e di ammortamento delle opere del servizio idrico per cui o si riportano tali costi nella fiscalità generale, o si assisterà al ritorno degli investimenti che discenderanno dallo Stato o dalle Regioni con tutti i problemi che questo comporta. La stessa capacità deliberativa prevede nell’ATO torinese, per questioni rilevanti, l’ottenimento di maggioranze qualificate di almeno i 2/3 dell’assemblea, contestualmente ad un certo numero di rappresentanti. Questa modalità che garantisce in maniera inequivocabile una maggiore rappresentanza nelle decisioni, nella nostra esperienza non si è rivelata di alcun intralcio, ottenendosi normalmente dei risultati unanimi, frutto della corretta rappresentazione nelle decisioni dell’opinione di tutti. Riportare in altra sede almeno con la stessa ampiezza democratica questo meccanismo, e cioè far passare le deliberazioni nei consigli comunali, provinciali o regionali, fa sorgere qualche dubbio, viste anche le possibili paralisi che possono verificarsi in queste Assemblee dati i complicati meccanismi di funzionamento, che ricalcano, chi più chi meno, quelli delle Assemblee parlamentari la cui fragilità è sotto gli occhi di tutti. La stessa rappresentazione geografica verrebbe sacrificata a favore di una rappresentazione di schieramento politico, il gioco insomma di rappresentanti territoriali di maggioranza ed opposizione. Ragionando sulla stessa funzione di programmazione e controllo, esiste inoltre il pericolo che l’attività dei gestori sia impedita o lasciata paradossalmente troppo libera, diventando queste le vere sedi di organizzazione, tariffazione del governo dell’acqua.

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lunedì 12 novembre 2007

Principi (animati) di economia

Dal blog di Greg Mankiw...

Contro il declino

Segnalo un bel testo che sto ultimando di leggere di P. Greco e S. Termini intitolato “Contro il declino” (una modesta proposta per il rilancio della competitività economica e dello sviluppo culturale dell’Italia) – Codice editore, 2007. Ritrovo in questo testo molte personali convinzioni tra cui la necessità di modificare la specializzazione produttiva del nostro Paese producendo quote crescenti di beni ad alto valore di conoscenza aggiunto. Importante anche la sottolineatura sul valore strategico della scienza e della tecnologia, oltre la strada di uno sviluppo sostenibile fondato sulla ricerca e la volontà di entrare, anche in maniera critica, nella società della conoscenza. Le implicazioni ambientali sono molteplici ed anche, a tratti, chiaramente espresse, quali ad esempio sul settore dell’energia che è calzante i questo tipo di dibattito. Da segnalare anche l’accento che viene posto sul ruolo dell’Autorità Pubblica nei confronti della Ricerca & Sviluppo. Soprattutto in questo ultimo settore trovo conferme importanti sul ruolo che anche amministrazioni di livello inferiore potrebbero svolgere con una politica oculata di destinazione di fondi e di impegno delle risorse umane mirati e senza dispersione. Non ultimo pregio è il fatto che il libro è redatto da due autori sicuramente di formazione scientifica, ma non immediatamente coinvolti in ruoli di governo sulle questioni trattate. Mi riprometto successivamente di tornarci sopra.

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sabato 10 novembre 2007

Uso congiunto delle politiche ambientali

Esiste una tendenza purtroppo consolidata nell’esaminare le politiche, i provvedimenti, le azioni che vengono intraprese in campo ambientale come se si dovesse applicarne una soltanto. Questo errore è in parte generato dalle analisi che compaiono anche a livello di organi di informazione, oltre alla letteratura specialistica. Mettendo sotto la lente la singola azione ambientale se ne valutano correttamente le conseguenze in base a criteri di rilevanza sociale, equità, efficienza e via discorrendo. Si dimentica però di fare un’analisi globale di tutte le politiche in azione. Questo problema è ben presente agli specialisti e l’analisi teorica dei problemi e risultati connessi all’uso congiunto di vari strumenti non è al momento particolarmente sviluppata. Ma soprattutto la teoria sembra, per una volta, in forte ritardo rispetto alla pratica corrente. Come segnalato da studi OCSE (The Political Economy of Environmentally Related Taxes, 2006) l’uso coordinato e complementare di diversi strumenti è diffuso, comprendendo accordi volontari, tasse ambientali, permessi negoziabili, tasse accoppiate a sussidi. Nel formarsi di nuove politiche ambientali la valutazione dei risultati dovrebbe essere ineludibile proprio perché l’insieme degli strumenti può portare ad obiettivi ambientali più ambiziosi senza perdita di efficienza. Un altro aspetto importante, come riportato da Franzini, (Mercato e politiche per l’ambiente, 2007) è legato alla possibilità di raggiungere un numero maggiore di obiettivi. L’esempio che viene riportato è calzante per ciò che attiene i veicoli inquinanti. Si potrebbe decidere, per ciò che attiene questi mezzi, di moderarne la domanda ( con di munizione quindi della produzione) sia di assicurarne la più corretta (almeno dal punto di vista ambientale) modalità di utilizzo. Per ottenere questi risultati potrebbe essere ottimale l’utilizzazione congiunta di tasse (per modificarne la domanda) e norme del tipo “comando-controllo tipo le limitazioni alla circolazione (per condizionarne l’utilizzo). Un ultimo aspetto da considerare è la possibilità che l’uso congiunto di diversi strumenti possa limitare alcuni errori derivanti dalle incomplete informazioni dei regolatori che determinano delle perdite di benessere e di efficienza. Tutto il ragionamento è concorde con una teoria della politica economica (Tinbergen) secondo la quale il conseguimento di più obiettivi richiede un numero almeno corrispondente di strumenti. Ed è comprensibile come, soprattutto rispetto ad uno specifico problema ambientale, si debbano raggiungere nello stesso tempo più obbiettivi.

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mercoledì 7 novembre 2007

Acqua: quando la politica è ignorante

Sul sole 24 ore del 6 novembre è comparsa una lettera del Presidente della Commissione Bilancio del Senato, On. Enrico Morando, che tra le altre cose, segnala in un passaggio, come positiva la soppressione delle Autorità d’Ambito (ATO) del servizio idrico. Colpisce la scarsa conoscenza del problema del sistema idrico e un furore fuori luogo che oltre a cancellare le positività di molte esperienze in merito, fa compiere un errore marchiano alla politica. Porto un esempio concreto che è quello dell’ATO 3 torinese. Dal punto di vista dei costi i componenti della Conferenza deliberante non percepiscono nessun tipo di compenso né gettoni di presenza, ma solo un rimborso benzina per chi viene da fuori città. Gli uffici dell’ATO – che governano il sistema idrico di circa 2,3 milioni di persone – composti da una decina di persone comportano un costo vivo al cittadino di circa 2 Euro su una media di circa 200 euro all’anno di tariffa per famiglia. Questo costo in realtà sostituisce quello degli uffici tecnici dei 306 Comuni dell’ATO3 che non hanno più bisogno – o in maniera irrilevante – di occuparsi di acquedotto, fognatura e depurazione. Ma la cosa più importante è che questi costi derivano dalla tariffa che i cittadini pagano per il servizio idrico e non dalla fiscalità dello Stato. In sostanza non sono pagati dalle tasse dei cittadini, ma dall’uso di un servizio. Non è quindi esatto il concetto riportato da Morando che lo Stato con l’abolizione delle ATO – almeno nel caso torinese – risparmierebbe importanti risorse, semplicemente perché già oggi non le spende! Tantomeno sarebbero disponibili per Province e Comuni . Al contrario facendo rientrare le competenze degli uffici in quelli ad esempio delle Province o dei Comuni, questi dovrebbero assorbire le strutture tecniche che oggi si occupano del problema. Comunque il fatto che gli uffici degli Enti, questi sì pagati dalle tasse dei cittadini, riprendano la gestione aggrava il bilancio dello Stato. Nel caso fosse riportato l’introito della gestione agli Enti, questa sicuramente non può configurarsi come la soluzione più efficiente proprio perché tassa occulta che servirebbe a pagare anche funzioni diverse da quelle del sistema idrico che gli uffici dovrebbero svolgere in contemporanea, tradendo il principio della Legge Galli che i soldi derivanti dall’acqua devono ritornare all’acqua e non essere usati per altre funzioni, rischio non teorico come sappiamo bene. Con ciò si deve ammettere che non in tutti gli ATO si ottiene un’efficienza perfetta, ma un discorso è riformare lo strumento al meglio, altro caso è l’abolizione tout court. E’ il classico esempio del bambino e dell’acqua sporca. Attenzione quindi a parlare con cognizione di causa ed alle semplificazioni. Tralasciando poi altri aspetti ancora più importanti – es. la coerenza del sistema idrico con i confini amministrativi – l’invito rimane quello di approfondire il merito e lasciare il fumus persecutorio ai demagoghi.

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Innovazione tecnologica ambientale e sfide pubbliche

Un nuovo compito prioritario che penso debba essere assegnato alle pubbliche amministrazioni per l’ambiente è sicuramente quello dell’azione sull’innovazione tecnologica. Se da un lato le politiche ambientali possono spingere le imprese ad adottare tecnologie “pulite” già disponibili sul mercato, è comunque necessario stimolare ricerca e sviluppo (R&S) per raggiungere la quota di risultato che non può essere raggiunta solo attraverso altre politiche economiche. Il problema infatti è che nell’attuale sistema di mercato la disponibilità degli investimenti in R&S non è socialmente ottimale. Ciò dovuto a fatti noti. Esiste un rischio in termini di guadagni potenziali in quanto è difficile prevedere l’esito della ricerca. Le innovazioni sono inoltre molto costose alle imprese che le effettuano e poco costose da imitare. La stessa avversione al rischio delle banche, il modo di considerare le richieste di credito in questo settore costituiscono elementi che riducono la possibilità di accesso al finanziamento da parte delle imprese soprattutto di media grandezza. Ciò comporta appunto una divergenza tra il valore sociale e quello privato dell’attività innovativa. Proprio per questo le politiche ambientali da parte dell’operatore pubblico che incentivino l’innovazione tecnologica delle imprese in modo da spostare le frontiere tecnologiche e diffondere l’innovazione nel restane sistema delle imprese non può essere elusa. Si potrebbe persino azzardare che l’innovazione rappresenta un bene comune in cui la cosa pubblica deve ricavare un ruolo chiave. Le azioni sono certamente molto articolate, ma alcune possono essere immediatamente richiamate. Uno strumento importante è dato dalla stessa domanda pubblica. La richiesta di un prodotto o servizio qualificato secondo specifiche altamente elevate non solo diventa uno stimolo globale, ma supera anche il metodo di sostegno diretto alle fasi del processo di innovazione. Sicuramente tale azione deve avere un esteso arco temporale, dimensione adeguata, concentrata in settori dove si può avere maggiore ricaduta tecnologica. La domanda deve effettuarsi attraverso veri e propri contratti di ricerca o accordi di programma con oggetto specifiche tecnologie innovative e riguardare beni acquistati dall’operatore pubblico o da commercializzare sul mercato. Attraverso i contratti l’operatore pubblico controllerebbe l’accesso alla ricerca evitando duplicazione di costi. Non trascurabili comunque sono anche gli incentivi diretti dell’innovazione tecnologica. Chiarendo come la convenienza all’introduzione delle tecnologie “pulite” dovrebbe essere determinata dal confronto tra i costi ed i benefici sociali, e non privati; calcolando come il privato per sua natura trascura costi e benefici esterni o i vantaggi per la collettività, risulta immediatamente comprensibile come la mano pubblica non possa estraniarsi dal problema, ma forse deve assumere nuove caratteristiche e nuovi obbiettivi. Un compito può essere quello di cercare di minimizzare il costo del raggiungimento dell’obbiettivo fissato di controllo dell’inquinamento, comprendendo tra i costi quelli relativi agli strumenti. Una vera sorveglianza politica in questo senso con l’abbandono di finanziamenti a pioggia in settori non consoni all’azione pubblica e la concentrazione degli interventi su questi obbiettivi di naturale produttività pubblica potrebbero cambiare molte cose e far assumere uno stile di governo più in linea con le aspettative dei cittadini.

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martedì 6 novembre 2007

Tasse sull'energia


Greg Mankiw riprende nel suo blog (Greg Mankiw's Blog: Several billion join the Pigou Club) una interessante relazione curata dalla BBC World sulla disponibilità della popolazione mondiale all’aumento degli introiti fiscali sull’energia con la contestuale riduzione di altre imposte o il finanziamento di altri programmi governativi sulle energie rinnovabili.
Interessante notare come la disponibilità cresca introducendo la clausola che i ricavi siano dedicati ad aumentare l’efficienza energetica e lo sviluppo di fonti di energia alternativa che non abbiano effetti sul cambiamento climatico e se, mantenendo lo stesso livello totale di pressione fiscale, vengono aumentate quelle sull’energia e diminuiti altri tipi di prelievo fiscale.
Come già segnalavamo nel post del doppio dividendo, questo tipo di ridistribuzione della tassazione oltre ad essere meno “distorsivo”, può avere effetti positivi sul costo del lavoro, sulla stabilizzazione dei lavoratori precari e sul mantenimento dei livelli di occupazione.

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lunedì 5 novembre 2007

Festival scienza blog





Segnalo un interessante blog di festival scienza. Come compare nel sito si tratta di "una squadra affiatata di blogger genovesi spinti dalla curiosità per la scienza, vive giorno dopo giorno il Festival per raccontare conferenze, mostre e laboratori". Sicuramente vale la pena di farci un salto.

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Grattacielo a Torino

Vi piace come si sta sviluppando l’attuale discussione sul grattacielo di Torino? Non c’è il sospetto che parlare di skyline della città o di raffronti con la Mole antonelliana nasconda ben altri problemi? Siamo davvero in grado, con tutto l’inchiostro speso, di avere le migliori informazioni per decidere? Certamente diverse idee “a pelle” su questi grattacieli le ho, ma devo ammettere che sono perlopiù preconcette perché mi mancano ancora molti elementi. Questo è forse il punto che più fa imbestialire di questa discussione: sembra non esistano strumenti comuni, condivisi che possano farci comprendere i termini del problema, metterli in ordine, concorrere alla formazione di una decisione. Ma soprattutto non conosciamo i criteri che faranno schiacciare il pulsante del sì o del no nei luoghi deputati. Una proposta, prima ancora di giudicare l’idea, sarebbe quella di metterci d’accordo sui parametri da esaminare che devono essere soddisfatti ed attraverso i quali fa emergere i valori che la nostra comunità vorrebbe veder emergere. A questo punto suggerirei, ad esempio anche agli amici giornalisti, di chiedere qualcosa sulla somma dei costi e benefici di questi progetti. Anche per valutare la desiderabilità dei progetti di spesa dal punto di vista della società in modo da capire fino a che punto sia economicamente e socialmente giustificabile l’intervento programmato. Tale valutazione non si limita al computo dei costi e dei benefici privati dell’intervento. Questa analisi economica differisce da quella finanziaria per gli obiettivi ed i metodi di valutazione. Nella prima si valuta il vantaggio sociale netto derivante (dall’insieme degli interventi pubblici comunque necessari) in rapporto ad una funzione di benessere sociale e non della redditività privata. Quest’ultima infatti prende in considerazione se il flusso dei ricavi è superiore a quello dei costi, nel massimizzare il profitto. Nell’analisi economica invece l’operatore pubblico cerca di massimizzare una funzione del benessere sociale: il progetto viene effettuato solo se si consegue un beneficio sociale netto. Nel valutare i beni ed i servizi prodotti ed impiegati, i prezzi devono riflettere il valore che le risorse utilizzate hanno per la collettività.
Interessante sarebbe inoltre una semplice valutazione sulle alternative. Non solo progettuali (famolo + o meno strano, alto, grosso…), ma ad esempio se la destinazione dell’area sia la migliore possibile, quella più vantaggiosa per la comunità (è un’area pubblica?) tra quelle immaginate in base a criteri espliciti. Utile inoltre fare riferimento a tutti i costi e benefici che vengono sopportati e che vanno a vantaggio di tutti. I costi riguardano i beni ed i servizi consumati nel corso della realizzazione del progetto, mentre i benefici sono i beni e servizi prodotti o risparmiati come effetto della realizzazione sempre del progetto.
Detto in altri termini i costi di un progetto sono costituiti dagli elementi che sono necessari per la sua realizzazione e le eventuali diseconomie esterne che esso genera. Analogamente i benefici del progetto sono dati dai beni e servizi e dalle eventuali economie esterne che esso genera.
I nostri amici statunitensi, che i grattacieli sanno cosa sono, prendono sempre più in considerazione nella costruzione, tutto il loro ciclo di vita, a partire dalle attività relative all’estrazione ed al trattamento delle materie prime necessarie per la sua produzione fino allo smaltimento finale, considerando il processo di fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riciclo ed il suo riutilizzo. E’ un processo di valutazione dei carichi ambientali connessi con il prodotto, attraverso l’identificazione e quantificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente, per valutare l’impatto di questi usi di energia e di materiali e dei rilasci nell’ambiente e per valutare e realizzare le opportunità di miglioramento ambientale anche dal punto di vista dello smaltimento finale che sarà a carico della comunità futura (avete presente il debito pubblico, quello che abbiamo ereditato dagli investimenti scriteriati passati e che adesso frenano il nostro sviluppo in maniera così incredibile? Beh trasportate il concetto sull’ambiente!). Ognuno potrà aggiungere i suoi criteri. Importante è che forse qualche nostra idea messa alla prova dei fatti, e non di amenità varie, potrebbe anche cambiare.

[infografica copyright "la stampa"]

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venerdì 2 novembre 2007

La forza degli interessi 2

Ricevo uno stimolante commento postato dal “Conte” recuperabile nei commenti del post precedente.
Il Conte ha sicuramente ragione richiamando altre parti del problema che non voglio eludere. Il problema dell’informazione è centrale ma di non semplice risoluzione. Credo che giustamente i giornali o i media in generale non debbano essere semplici casse di risonanza della politica, ma quanti di noi sanno della furiosa discussione in atto a livello di contratti di fiume sull’uso dell’acqua da parte dell’agricoltura o della difficoltà di introdurre sistemi di misurazione delle prese d’acqua nei fiumi? Chi sa che attraverso certi provvedimenti come l’autorizzazione integrata ambientale stiamo risparmiando l’immissione nell’ambiente di circa 1000 tonnellate di solventi? Che il piano regolatore sul teleriscaldamento sta portando a sistema un risparmio energetico e di emissione che non ha eguali certamente in Italia? Che stornando i fondi per sagre di dubbia utilità ed investendoli in riduzione degli abbonamenti per i lavoratori calano in modo significativo le emissioni ed il numero di auto circolanti? Prendendomi anch’io le responsabilità del caso, se posso rincaro la dose: non è che parlando di cose di difficile comprensione e di scarso risultato si voglia coprire la discussione su quei provvedimenti che darebbero invece risultati importanti, ma che politicamente non attirerebbero sicuramente voti? Comunque, visto che in ballo ci sono anch’io, prendo per buona la sollecitazione del Conte sulla necessità di un’informazione chiara, continua ed univoca, sia a livello di giornali deputati che in questa sede. La discussione anche attraverso il blog serve a capire come migliorare le cose, eliminando le barriere tra chi è chiamato a decidere e chi deve subire le decisioni. Nella mia idea potrebbe anche servire a migliorare “la confezione” degli stessi provvedimenti, forse informandoci tutti meglio reciprocamente.